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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Cessiamo l’onta

In questa operetta si spongono colla possibile chiarezza le profonde dottrine del filosofo di Konisberga, si esaminano le opposizioni, si ragionano le speranze d’un nuovo scioglimento del gran problema dell’umano sapere, e infine, con apposita dissertazione, s’invitano i pensatori a meditare della operazione  mentale, che è detta Giudizio […]

Lo scopo di questi Discorsi è di mettere in amore le scienze metafisiche ai giovani studiosi, i quali, troppo spesso presi dalla paura del nome (che l’ignoranza e la vanità dei maestri non rade volte studiano di crescere), si conducono o a disputarle | come inutili, od a credere impossibile lo aggiugnerle. Studiamole, e non sentiremo più il bisogno che ce ne sia provata l’utilità: studiamole, e, come chi va su, proveremo a noi stessi che l’erta non è impossibile. Eccovi Kant: è un gran colosso questo; è il nome di un gran sistema, che con un fiat trae dal profondo dell’umana intelligenza tutto l’universo: quante difficoltà non incontrò da principio? Carlo Villers, che il primo volle farlo conoscere in Francia nel 1801, ne fu schernito. Il filosofo tedesco non aveva allettamenti per la Francia di que’ tempi. Una terminologia in parte tolta dall’antica scolastica, e in parte da lui creata, perché quella povertà non bastava al bisogno de’ suoi concetti; la novità delle vedute per le quali bisognava che il filosofo si togliesse dal punto di dove infino allora aveva contemplato il mondo per intenderlo, e invece si recasse dentro da sé per trarnelo fuori, e farne oggetto del suo pensiero: tutte queste difficoltà, ed altre d’un misero Nazionalismo, respinsero Kant in Germania. Ma i filosofi finalmente intesero che bisognava accontarsi con lui; e non sì tosto cessarono que’ tempi calamitosi, in cui i popoli d’Europa non si avvicinavano che ne’ campi di battaglia, ch’essi fecero opera per comunicarsi le loro idee. Kant fu studiato; e le malagevolezze scemate di tanto, che fu accostevole ad ogni ingegno volenteroso. solo (com’è consueto in ogni alto concepimento umano) fu disparere tra’ seguaci; e si aprì gloriosa lizza, dove entrarono i più potenti ingegni. Noi restammo di fuori; e non ci fu lode, perché la Francia e le germanie non ci curano ora, quasi fossimo strani dalla | Filosofia. Cessiamo l’onta. Lo dico alla speranza, alla studiosa italiana gioventù, la quale non vorrà essere contenta che si lodi il suo ingegno, ma procaccierà l’opera il prova. Perché stiamo in ciancie quando tanto è da fare?

Così Alfonso Testa nell’Annunzio tipografico del primo commentario italiano alla Critica della ragione pura apparso nel 1843.

Alcune cose del brano estratto da un testo di otto pagine risalente al 10 gennaio 1841 sono particolarmente interessanti dal punto di vista storico.

In primo luogo quell’accenno all’ignoranza e vanità dei professori italiani che è un antico problema che le Università italiane si portavano dietro da tempo ostacolando e interrompendo il processo di emancipazione della cultura filosofica italiana. La quale, proprio grazie a forze intellettuali spesso esterne alle Facoltà universitarie, riuscirà a operare un risveglio più o meno verso la metà dell’Ottocento, animata da vigore politico-ideologico e da un autonomo, spesso difficilissimo, accesso alle fonti straniere.

In secondo luogo la difesa di una indagine filosofica diretta: quel studiamola, che risulta imperativo più vicino al protrettico che all’imposizione di modelli. Se si studia la metafisica, non si ha bisogno di giustificarla. Un invito particolarmente utile in Italia, dove le energie intellettuali si esercitavano in qualche imitazione francese o in una gigantesca macina del pensiero grezzo, forte, per ricavarne esauste farine per impasti ecclesiastici.

In terzo luogo l’accenno alla difficoltà terminologica di Kant: un po’ tratta dall’antica scolastica e  un po’ creata da lui in parte. Già soltanto l’aver posto questo problema, è storiograficamente interessante, perché in Italia Kant risultava fino ad allora semplicemente strano, bizzarro, confuso, così come  si giudicava ancora il linguaggio di Giordano Bruno, per intenderci. Certo, a metà Ottocento qualche consapevolezza in più sull’uso kantiano dei concetti classici era noto, e in Italia era apparsa la prima traduzione in lingua moderna della Critica della ragione pura, ma tuttavia risulta interessante l’attenzione da parte di un abate di provincia per questo importante e ancora oggi centrale tema della filosofia kantiana.

In quarto luogo la sottolineatura del ruolo subalterno assunto dalla cultura filosofica italiana all’epoca: la Francia e la Germania non ci curano più, quasi fossimo strani dalla Filosofia, vale a dire stranieri in una regione che in parte abbiamo contribuito a popolare in altri tempi, e nemmeno troppo lontani. Quel noi restammo fuori che Testa lamenta è veramente sconcertante, anche rimanendo freddi alla constatazione puramente storica del dato di fatto. Sconcerta perché a lungo nel corso dell’Ottocento, e in qualche modo anche con successo, si cercò di farci restar fuori dai processi di evoluzione intellettuale.

 

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