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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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fantasticheria kantiana

Poligrafo 1837

«Poligrafo» (1837)

Nel 1837 N. G. Dalla Riva, autore di poesie commemorative di Luigi di Baviera e Francesco I, pubblica un opuscolo apparso sul «Poligrafo» di Verona (tomo VIII, fasc. X, pp. 153-194) dal titolo Delle Malattie morali de’ Letterati, e de’ Rimedj loro. In questo articolo si parla di Kant.

Credo sia la prima volta in assoluto che venga segnalato questo testo, che non ha certo alcun valore per la storia della presenza di Kant in Italia, ma è comunque indicativo di uno stile e di una temperie.

In effetti Kant aveva parlato di questo aspetto e in italiano era anche stata tradotta la lettera a Hufeland che tratta della dietetica mentale proposta da Kant. Ma Dalla Riva l’ignora completamente e riporta soltanto l’episodio della biografia di Kant legato ai pioppi che gli oscuravano la vista della torre del castello di Königsberg, interrompendo il flusso dei suoi pensieri.

Dalla Riva argomenta, più o meno, che Kant non si era saputo difendere dalla malattia morale della fantasticheria che lo aveva condotto a immaginare una cosa come la sintesi, la quale non fa favorire astrazioni ipotetiche, come ha mostrato Cousin. Quest’ultimo ha però avuto il merito di aver «purgato qualche cerebro gallico che parea inclinato, o per amore di novità, o per moda, a inkantizzarsi» (p. 179).

Riportiamo l’intero brano:

Narrasi del Kant che meditando solea contemplare la vecchia torre del castello di Königsberg: quando negli ultimi suoi anni i rami d’alcuni pioppi cresciuti in un giardino a lui prossimo gli tolsero la vista di quella torre, la sua mente si turbò, e convenne che il proprietario del giardino condiscendesse a tagliar le cime di quegli alberi perchè il buon vecchio ripigliasse con alacrità le antiche sue meditazioni riveggendo la sua torre: pare che a ciò badando, avrebbe egli dovuto ne’ suoi sistemi dare a’ sensi più che non diede. Fu accagionato il Cousin d’ esser discepolo della filosofia tedesca, ossia della kantiana, ed egli non ha molto se ne scusava, e dicea preferir l’analisi alla sintesi, perchè quest’ultima argomentandosi di riprodur l’ordine necessario delle cose, arrischia di non generare che astrazioni ipotetiche, e ponea con solide ragioni i fondamenti dell’Eccletticismo, sola filosofia che può condurre al positivo ed al vero: sicchè quelle sue parole avranno forse purgato qualche cerebro gallico che parea inclinato, o per amore di novità, o per moda, a inkantizzarsi ; e forse purgarono lui medesimo che sembrò tinto della stessa pece. (pp. 178-179)

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