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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Estetica viennese

lichtenthal 1826

Kant entra in Italia timidamente durante il dominio napoleonico grazie alle traduzioni della Pedagogia e della Geografia fisica. Ma fu poi sotto il dominio austriaco che prese altra via e maggior respiro che consentì la traduzioni della Critica della ragione pura, per esempio.

Ma, quale che sia stato il ruolo politico dei governanti (che non fu marginale), la penetrazione di Kant in Italia dovette avvenire grazie a personalità in contatto diretto con la lingue e gli ambienti tedeschi o germanici in senso ampio.

August Eckerlin, traduttore della Pedagogia e della Geografia fisica era un pittore che a Milano svolgeva il compito di traduttore ufficiale. Fu anche autore di grammatiche tedesche.

Vincenzo Mantovani, traduttore della Critica della ragione pura, era ufficiale medico nell’esercito austriaco e fu a Vienna e anche a Königsberg.

Ottavio Colecchi, uno dei più importanti kantisti italiani della prima metà dell’Ottocento, fu un Russia e a Königsberg dopo aver abbandonato l’abito domenicano e aver insegnato matematica alla Nunziatella di Napoli, la scuola militare fondata nel 1787 sotto Giuseppe II d’Asburgo-Lorena.

A questi nomi già noti, e ricordati anche qui su Kantiana, si può aggiungere quello di Pietro Lichtenthal (1780-1853), medico anch’egli che da Vienna si trasferì a Milano nel 1810 dove fu censore durante il regno Lombardo-Veneto. Noto soprattutto come musicista e musicologo, è autore di un Dizionario e bibliografia della musica edito dal 1826 a Milano dall’editore Antonio Fontana. Ebbe rapporti con Mozart, di cui trascrisse anche il Requiem per pianoforte, compose per il teatro la Scala, si occupò di musicoterapia, ma anche di botanica, astronomia e geografia.

lichtenthal 1831Nel 1831 pubblica una Estetica, ossia dottrina del bello e delle arti belle (Milano, Pirotta) in cui si sofferma brevemente anche su Kant e i kantiani. Di Kant dice che in un primo momento (nella Critica della ragione pura non ammette nessuna estetica come scienza perché presieduta essenzialmente dal sentimento e da regole empiriche (cfr. p. 2). Ricorda (e con merito, considerata la mancanza di notizie storiche precise in Italia a quel tempo) come però già «uno de’ principali suoi allievi», Heydenreich, «tanto benemerito dell’estetica» ribadisse che «anco i giudizj del gusto, o il piacer estetico in generale, devono dipendere da certe primitive condizioni dell’animo, le quali, innalzate al grado di scienza, diventano dottrina del gusto, e può dirsi ancora estetica» (pp. 2-3). A questa conclusione parve giungere lo stesso Kant con la Critica del giudizio, in cui sono esposte «effettivamente i rudimenti di tale dottrina del gusto», tanto che si può dire che «lo stesso filosofo di Königsberg dà all’estetica una base scientifica e filosofica» (p. 3). Ma nonostante questo, la trattazione di Kant non esaurisce tutto il campo dell’estetica come scienza del bello.

Lichtenthal ripercorre la storia dell’estetica, soprattutto riportando la concezione dei pensatori tedeschi  da Baumgarten a Herder. Un utile contributo, con tutti i suoi limiti, ma del tutto ignorato. Il suo lavoro richiama, anche se non ne è una traduzione in senso stretto, l’opera di Franz Ficker dal medesimo titolo tradotta poi nel 1856 da Vincenzo de Castro.

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