search instagram arrow-down
Giuseppe Landolfi Petrone

Archivio

Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

Tag

Alfonso Testa Antonio Poloni Antonio Rosmini antropologia appunti di lavoro Augusto Eckerlin Benedetto Croce Bertrando Spaventa commentari Critica del giudizio Critica della ragione pura criticismo Diritto Eclettismo Estetica Francesco Trinchera Geografia Geografia fisica Giovanni Gentile Giovanni Silvestri Giuseppe Lombardo-Radice Hufeland Il volto dell'idolo Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Kant Kant in Italia lessico kantiano letture Letture Logica Manuale di geografia fisica materiali Mellin Milano morale Napoli Nuova Enciclopedia Popolare Ottavio Colecchi Pasquale Galluppi pedagogia personaggi Poligrafo politica Positivismo temi testi traduzioni Victor Cousin Vincenzo Mantovani

Il vero, il buono e il bello non sono la stessa cosa

osservazioni critice (1843)

Nel terzo volume delle Osservazioni critiche, apparso nel 1843 e interrotto su provvedimento della censura, Ottavio Colecchi compie un’analisi dell’estetica prendendo le mosse dalla Critica del Giudizio di Kant, alla quale intende poi far seguire una critica dell’estetica hegeliana la quale, a suo avviso, rimane molto al di sotto di quella kantiana perché fondata sul panteismo. Stessa condanna estende anche a Vincenzo Gioberti, la cui formula ideale non può certo costituire un fondamento valido per l’estetica.

È la prima volta che in Italia la teoria estetica kantiana viene esaminata da un pensatore dotato di una più appropriata conoscenza del tedesco e che avesse frequentato l’ambiente nel quale Kant aveva operato.

Ottavio Colecchi, infatti, aveva trascorso un soggiorno a Königsberg rientrando a Napoli da un periodo di insegnamento a Mosca. Era padrone del tedesco, e questo lo rendeva padrone della materia e autonomo nel giudizio, che non fu mai del tutto favorevole al criticismo, per quanto apprezzasse la sua novità e il rigore di Kant.

Rispetto al suo antagonista di sempre, Pasquale Galluppi, l’altro grande filosofo meridionale a cui si deve la prima ricezione seria di Kant in Italia, Colecchi aveva tutte le carte in regola per poter rappresentare un punto di riferimento ideale per i giovani che nei primi anni Quaranta del XIX secolo si avvicinavano alla filosofia classica tedesca nella capitale del Regno borbonico e che a lui si rivolgevano.

Galluppi non conosceva il tedesco e non si allontanava troppo dal clima culturale francese dominato dall’ideologia, mentre Colecchi aveva precisa nozione dei limiti di quest’ultima e dell’eclettismo che ne fu una derivazione.

Sono interessanti le osservazioni iniziali che Colecchi fa presentando le caratteristiche essenziali dell’estetica kantiana. In particolare analizzando la teoria del bello in generale, ne mette in luce i tre caratteri essenziali: il disinteresse (per il quale il bello differisce dal gradevole); l’universalità del piacere che il belo produce; il finalismo ideale.

Appare a Colecchi particolarmente importante porre in evidenza le caratteristiche dell’universalità, dal momento che su questo piano si instaura un conflitto con la soggettività. Il giudizio sul bello non può fondarsi su concetti, perché con il bello non si conosce nulla (la conoscenza è la funzione precipua dei concetti). Il vero si fonda su concetti, così come anche il bene: pertanto, dove vi è concetto, non vi può essere bello. Ecco cosa dice Colecchi:

Quando la cosa si considera pel suo concetto, ogni beltà sparisce. Dunque niuna ragione speculativa, niuna regola potrà indurmi a dichiarare una cosa bella. Niun argomento potrà forzarmi a giudicar bella una veste, una suppellettile, una casa: dovrò sottoporre a propri occhi queste cose, come se il lor piacere dipendesse dalla sensazione, per dichiararle belle.
(Osservazioni critica, vol. 3, Napoli 1843, p. 6)

Da qui la conclusione su questo punto:

Dalle cose esposte conseguita che il gradevole, il bello, il bene sono cose essenzialmente diverse, e che mal si appone l’empirismo, il quale fa consistere la loro differenza ne’ varii gradi che può ammettere il gradevole stesso. Il gradevole sollecita e sazie, il bello solamente piace, il bene si apprezza ed approva.
(ibidem)

Su questa base si capisce bene perché Colecchi fosse contrario al panteismo: nessuna visione dell’unità delle sfere del vero, del bene, del bello anima la concezione di questo rigoroso critico della filosofia italiana. La concezione immanentistica è lontana dal suo pensiero.

______

La foto della copertina è tratta da Google.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: