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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Un esame della filosofia di Kant

sarchi 1873

Nel 1873 Carlo Sarchi, sulla soglia della vecchiaia come dice egli stesso nel Proemio, compie quello che avverte come una mancanza:

al sentir nostro, i principii e le conseguenze della dottrina del Maestro di Königsberg non furono per anco sottoposte al crogiuolo di una scrupolosa disamina (p. VII)

Una curiosa considerazione, dal momento che, sebbene insufficiente, ormai il nome di Kant a quel tempo era in Italia abbastanza noto e studiata la sua filosofia.

Non si sa molto di Sarchi, noto soprattutto uno studio sui rapporti fra Vico e Spinoza. Egli stesso, peraltro, conosce «l’oscurità del nostro nome» (ibidem), e rivendica la «nostra indipendenza da qualsiasi setta filosofica partigiana» (ibidem); e andrà subito detto che questo studio kantiano non lascerà il segno nella storiografia italiana. Tuttavia è testimonianza alquanto interessante del modo in cui gli studi critici filosofici in Italia vivessero, anche con l’avvenuta unità, in uno stato di scarsa circolazione scientifica.

Il volume di Sarchi era apparso dapprima a Parigi, con insoddisfazione dello stesso autore, che ricorda l’episodio in questi termini:

Il presente libricciuolo fu pubblicato a Parigi or sono due mesi, e ciò per soddisfare alle istanze di pochi amici, ma senza verun pensiero di diffondere questo lavoro in quel paese tanto travagliato, e troppo alieno al presente dal prestar orecchio ai filosofici discorsi. Ci danno migliore fiducia le restaurate condizioni della nostra Italia (p. VIII)

Il volume si compone di quindici capitoli dedicati all’estetica trascendentale, alla logica, alla dialettica e alla ragione pratica.

Uno dei difetti della dottrina di Kant è di essere «propriamente astrattiva e logicale» (p. 36), vale a dire poco adatta ai concetti che devono esprimere in un solo enunciato le cose reali. Il nominalismo non esce da sé stesso e non procura alcun contenuto: questo mancato cortocircuito dipende dal fatto che il metodo deduttivo può valere per le matematiche, ma riesce «disadatto e fallacissimo nelle disquisizioni filosofiche» (p. 37).

Sarchi ricorda:

Il nostro Vico diede a tal riguardo norme precise, dalle quali non può discostarsi la mente se non gravemente pericolando, ma Kant disconobbe gli avvertimenti di quel Sommo (di cui gli erano ben noti gli scritti), ed usò la discorsiva dialettica in materie dove non è lecito di adoperarla; il quale abuso perpetuamente continuato è il vizio principale del metodo da lui seguito, e dove i concetti occupano ognora il luogo della realtà a cui si riferiscono (p. 37)

Da questa citazione si ricavano tutti i limiti storiografici e teorici dell’esame di Sarchi. Kant rifiuta Vico (che in verità non conosceva) e si rifugia in una sorta di logica autoalimentata dalle categorie. Giunto all’esposizione della cosa in sé e del fenomenismo, Sarchi si allarma:

Cotale mostruoso paradosso che toglie alla potenza creatrice la determinazione delle leggi della natura, per attribuirla alle categorie dell’intelletto umano, non esprime, in ultima analisi, altra cosa se non la negazione della realtà obbiettiva, ultima conseguenza della dottrina del nostro filosofo (pp. 38-39)

A parziale attenuante dell’autore, va detto che la questione della cosa in sé era assurta a vero e unico problema del criticismo kantiano anche nella prima fase di elaborazione del sistema da parte dei primi interpreti tedeschi. Molte energie vennero in questo modo distolte dalle vere implicazioni della filosofia critica per dedicarsi a un’apparente aporia tra realtà e conoscenza.

Non del tutto privo di interesse, per quanto non nuovi, due conclusioni a cui giunge Sarchi a riguardo:

  1. da un lato, i fenomeni perdendo qualsiasi appiglio sostanziale, «rimangono disaggregati e confusi» (p. 39), una sorta di materia inerte e caotica;
  2. l’autoproduzione delle forme sensibili a priori e delle categorie conduce alla seguente conseguenza:

le rappresentazioni si affaccerebbero alla mente da sé stesse, né avrebbero alcuna corrispondenza con oggetti esteriori; i concetti sarebbero distribuiti per un ordinamento esterno ed arbitrario del pensiero che gli classifica, ed insomma la mente, in ogni suo esercizio, dimostrerebbe il giuoco spontaneo delle proprie sue forze, le quali si dispiegherebbero per propria virtù, senza verun impulso causale e superiore (p. 40)

Della ragione pratica, infine, Sarchi fornisce una sintesi conclusiva che tende a dimostrare la simmetria delle dottrine morali con quelle speculative:

Queste leggi [umane] hanno un carattere di necessità, perché emanano dalla umana Ragione; desse sarebbero contingenti, se venissero dalla sapienza divina! […]

L’orgoglio sofistico non ha giammai con maggior audacia contrastato agl’impulsi della coscienza umana, né mai egli è giunto a più repugnanti ed inumane conclusioni! (p 246)

Tutto sta a capire cosa sia più orgoglioso, se accettare i limiti della ragione o una ragione mortificata.

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