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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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La severa necessità pratica

 

Benedetto Croce

Benedetto Croce non è stato filosofo di ispirazione kantiana. Lo tenevano distante da Kant molte cose, in parte legate all’estetica trascendentale, in parte alle teorie più strettamente estetiche, in parte anche all’indigesta morale categorica. Croce era distante, in generale, dalle concezioni di stampo illuministico: troppo concentrato sulla svolta da dare alla questione della dialettica, dell’arte, della storia, non poteva sentire vicino alla sua sensibilità quell’epoca di nitore anti-storicistico, o apparentemente tale.

Tuttavia, per ragioni che forse vanno rintracciate anche nella profonda frattura polemica con Gentile, a un certo punto Croce fa una dichiarazione che potrebbe lasciare sconcertato chi non conosca a fondo la morale kantiana. L’imperativo categorico, infatti, non esaurisce tutta la questione morale in Kant, perché è profondamente connessa all’altro grande tema dell’autonomia della coscienza etica e civile: l’Aufklärung così come Kant stesso la intendeva. Non chiarezza, esplicazione di tutto l’esplicabile, ma fatica dura e difficile di mantenersi e attenersi alla dignità inviolabile della funzione pubblica, e quindi politica e morale, dell’individuo.

È nella Storia d’Italia che Croce scrive alcune pagine di grandissimo valore, anche perché costretto a un certo punto a parlare di sé. E ciò che sottolinea del ruolo da lui svolto agli inizi del Novecento è soprattuto quella lotta contro l’irrazionalismo che, nel momento in cui pubblica la Storia, torna a vantaggio della sua lotta contro l’attualismo. È una vicenda nota, e non mette conto insistervi. Ma la pagina in cui si richiama direttamente a Kant, quasi a voler togliere a Gentile il ricorso all’esclusivo al grande filosofo del criticismo, merita di essere letta per intero:

Altri, per reminiscenza delle idee prussiane sullo stato, o per effetto di quelle pangermanistiche, accennava a introdurre in Italia una sorta di «religione di stato», fantasticamente distaccato dalla vita umana e sopra questa sublimato, idolo cupo e feroce, o una «religione della razza», che da molto tempo avevano i loro apostoli e sacerdoti in altre parti di Europa e del mondo. Al sentimento e alle teorie nazionalistiche non tralasciò, in verità, di muovere critiche e rivolgere satire lo scrittore di sopra ricordato [Croce stesso, ndr], che stava a capo del movimento filosofico italiano, il quale non solo si era accorto di quel che esse contenevano del solito irrazionalismo e di cupido sentire, ma anche, rifiutando molte dottrine dello Hegel, aveva rifiutato, tra le prime, l’esaltazione dello stato di sopra la moralità, e ripreso, approfondito e dialettizzato la distinzione cristiana e kantiana dello stato come severa necessità pratica, che la coscienza morale accetta e insieme supera e domina e indirizza» (Storia d’Italia, ed. a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991, pp. 324-325).

Non i principi dell’agire, ma l’agire in quanto tale, in quanto calato nella storia e nel mondo, che è lezione spesso non tratta da Kant dagli autori dell’epoca (se non in certe folate ideologiche ispirate dalla Pace perpetua), e che Croce riconosce e sottolinea proprio nel momento cruciale in cui riconsidera il compito svolto da quel movimento filosofico italiano di cui si pone egli stesso a capo (non senza una vena di compiacimento, ma in modo responsabile e senza dire cosa esagerata in sé).

È interessante questo breve passo (che in verità andrebbe letto all’interno di pagine di grande importanza, quali sono quelle in cui parla del rigoglio della cultura), perché la lezione kantiana è richiamata proprio in evidente contrasto con il tempo di allora, imbevuto di decadentismo, nazionalismo, irrazionalismo: Kant (dialettizzato) come baluardo (assieme alla tradizione cristiana, rivisitata) del mondo in decisa parabola discendente.

Desolanti e schiette le parole che chiudono questo passo:

La filosofia e la storiografia salvavano, con quelle proteste e polemiche, il loro onore; ma ci voleva altro che obiezioni di filosofi e di storici contro un moto europeo, e anzi mondiale, che aveva i suoi motivi reali e non era dato arrestare con ragionamenti, con isforzi di buona volontà individuale e con sentimenti di uomini eletti, e doveva percorrere intero il suo ciclo sino alla confutazione di sé stesso da compiere non per via di ragionamenti, ma di fatti (Ivi, p. 325).

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