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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Il realismo di Ragnisco

ragnisco 1875

Nel 1875 lo storico della filosofia napoletano Pietro Ragnisco (1839-1920) pubblica un volume sulla Critica della ragione pura di Kant. All’epoca Ragnisco rientrava in una corrente interpretativa ispirata all’hegelismo napoletano con suggestioni positivistiche. Il volume del 1875 è interessante anche per l’iniziale discussione sulla relazione che unisce, o divide, la prima edizione (1781) dalla seconda (1787) dell’opera principale di Kant.

La prefazione di Ragnisco punta subito sulla questione delle due edizioni della Critica ponendosi la domanda quale delle due sia da preferire. La tesi dell’autore è che non possono ritenersi opere separate: «l’una non può preferirsi all’altra, perché l’una non può distinguersi dall’altra». La lettura dei due testi non può essere fatta con occhio da filosofo, ma con sguardo da storico. In un certo senso occorre ritornare alla lettera di Kant, evitando di attribuirgli un idealismo assoluto che la Critica non propugna.

Il tema centrale che ha dato vita al dibattito è la pretesa aggiunta di una prospettiva più realista nella seconda edizione, che ha dato vita alla divisione di due schieramenti: coloro che preferiscono la prima edizione, come Rosenkranz e Schubert (i primi a pubblicare un’edizione completa delle opere di Kant), e coloro che preferiscono la seconda edizione, come Hartenstein (l’altro editore delle opere kantiane dell’Ottocento).

Ragnisco preferisce indagare le modifiche introdotte da Kant fra la prima e la seconda edizione. Sono sette, dice l’autore, e riguardano la prefazione, l’introduzione, alcune aggiunte all’Estetica, la deduzione delle categorie, la confutazione dell’idealismo, l’osservazione generale sui principi e i paralogismi. Da un esame di queste sette modifiche, Ragnisco ricava, intanto, che le due prefazioni «sono perfettamente concordi», specie nella questione centrale della legittimazione di una ricerca degli elementi a priori della conoscenza.

Nell’introduzione non si trova alcuna differenza sostanziale con la prima edizione, ma anzi una più netta definizione del problema dei giudizi sintetici a priori.

Nell’estetica le modifiche introdotte lasciano intendere come se si attribuisse esistenza oggettiva a spazio e tempo, tutti i fenomeni non sarebbero che apparenza, mentre invece considerando i predicati dello spazio e del tempo come attribuiti agli oggetti e non proprio degli oggetti. Se la prima edizione si ferma alla considerazione metafisica delle forme a priori della sensibilità, nella seconda edizione, mettendo a frutto l’esame trascendentale fatto nei Prolegomeni, si aggiunge alla prova diretta della natura di spazio e tempo, anche quella indiretta.

Fidando un po’ troppo nelle parole di Kant, Ragnisco sostiene che anche la deduzione delle categorie come figura nella seconda edizione è nella semplificazione che apporta rispetto a quella del 1781. Infatti, nel 1787 Kant mette «più davvicino la relazione tra le categorie e l’unità di coscienza». Anche l’espunzione della sintesi della ricognizione è per Ragnisco non una perdita sensibile, dal momento che la dottrina del giudizio è, a suo avviso, «un’altra forma della stessa dottrina molto più bella e molto più classica nella filosofia».

Riguardo alla confutazione dell’idealismo, Ragnisco parte dalla presa di posizione di Jacobi, per il quale con questa confutazione Kant non si è allontanato dall’idealismo trascendentale, ma piuttosto conferma un

idealismo universale più perfetto e più conseguente che abbraccia i due mondi, il subbiettivo e l’obbiettivo contro quell’idealismo mezzano ed inconseguente che nega l’esistenza degli obbietti (p. 12)

Naturalmente Ragnisco ricorda Schopenhauer per il quale la seconda edizione è una presa di distanza dall’idealismo “rappresentativo” della prima per timore di vedersi troppo accosta a Berkeley. La cosa in sé non si troverebbe nella prima edizione, ma soltanto nella seconda. Ma a questa conclusione di Schopenhauer Ragnisco reagisce duramente

tutte le ragioni che arreca lo Schopenhauer, della differenza della seconda edizione sono vere contumelie al carattere di Kant. […] É fuori dubbio che Kant ha ammesso tanto nella prima che nella seconda edizione la cosa in sé indipendente dal soggetto (p. 15).

Anche l’osservazione sui principi presente nella seconda edizione non ha che funzione esplicativa della dottrina già presente nella prima, così come i «paralogismi della psicologia» nel 1787 risultano presentati con «più brevità, più semplificazione e forse anche più chiarezza». Questo peraltro non significa che si possa «abbandonare la prima edizione in grazia di tali proprietà che si trovano nella seconda», perché per Ragnisco le due versioni sono complementari.

Dopo aver ricordato la celebre osservazione di Kant nella seconda prefazione: il danno non è di essere confutato, ma di non essere capito, Ragnisco trae la seguente conclusione

Ora dopo la lettura [della] chiara confessione fatta da Kant [nella seconda prefazione] sulla nissuna differenza delle due edizioni, e sulla loro necessaria inseparabilità, e dopo tanto questionare fatto dai filosofi sino all’Hartmann che nel 1875 ritiene ancora una differenza, sebbene tutta nuova, delle due edizioni, bisogna dire che il danno non è di essere compreso, ma di non essere creduto: e Kant era un galantuomo! (p. 21)

Il tema della comprensione della lettera del testo di Kant ha una lunga tradizione e trova radice in quello che altrove abbiamo definito prima commentaristica kantiana, ossia il fenomeno di esplicazione delle opere di Kant perseguito da diversi autori, non tutti kantiani, nel corso del ventennio 1784-1804. Tra questi autori si può segnalare Georg Albert Samuel Mellin, autore di diverse opere, anche enciclopediche, sulla filosofia critica e finanche della prima raccolta di errori tipografici della Critica della ragione pura che ancora oggi risulta un prezioso contributo filologico.

In Italia, nella stagione del pieno sviluppo del positivismo, questo tipo di dibattito perde il suo interesse filologico-storico e viene a scontrarsi con un’ideologia culturale vivace anche se spesso tranciante. Ragnisco si richiama alla lettera di Kant per comprendere e includere uno spirito aperto al sapere oggettivo.

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