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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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La mente e le cose

La filosofia della mente

Prima di dedicare all’esame della filosofia critica uno studio particolare, il cui primo volume è del 1843, Alfonso Testa accenna a Kant nei discorsi sulla Filosofia della mente pubblicati a Piacenza, presso Del Majno, nel 1836. In precedenza aveva già pubblicato una sua Filosofia dell’affetto in due volumi (1829 e 1834) che aveva suscitato un certo scalpore.

Il filosofo piacentino non mancava di tocco polemico e, in un certo senso, era lontano dal clima accademico dell’epoca. Nel Proemio della Filosofia della mente sostiene, non senza torto, di non volere dare un corso di filosofia, perché questo «se deve abbracciarne tutto l’argomento, nello stato presente della scienza, e ancora nella scarsità delle forze d’un uomo, è impossibile». Una visione in un certo senso illuministica, che si richiama esplicitamente al dantesco «non è impresa da pigliare a gabbo descrivere fondo a tutto l’universo» (Inferno, canto XXXII, 7-8).

Nella sua lingua piana, schietta e alquanto prolissa, Testa parla di Kant nell’ultimo discorso, il quinto, dal titolo Della scienza delle cose che parta dalla considerazione che le idee non sono le cose e dalla domanda: «ma ci sono cose?». Si tratta di una lunga disamina delle posizioni di pensiero che si richiamano alle varie forme di idealismo.

Kant è ricordato come pensatore che si oppone a quella forma di «idealismo soprannaturale» proprio di Berkeley (p. 153) e allo scetticismo di Hume. A tale scopo, dice Testa, il filosofo tedesco «s’internò nello studio della nostra facoltà di conoscere» rintracciandovi le leggi del pensiero e le forme che regolano la «nostra maniera di concepire». Adotta il principio di causalità per contrastare Hume dandone una legittimazione come necessità razione, «ma, contro Berkeley… ha lasciato il mondo un’ipotesi» (p. 154). Kant, in altri termini, può argomentare e provare le forme razionali, ma non può procedere a una prova dell’esistenza delle cose. Con un argomento che ricorda per certi versi Jacobi, Testa dice che

la sua filosofia non toglie al mondo l’esistenza; ma non gliela può dare, poiché, secondo lui, le idee non hanno un termine corrispondente nel dominio dell’esperienza (p. 154).

La posizione di Kant, qui presentata molto parzialmente, è per Testa di interesse storico perché da esso hanno preso alimenti certi discepoli che, non potendo dar prova del mondo esterno, «si sono ristretti nel me» dando così origine alle forme di idealismo assoluto che caratterizzano la filosofia tedesca più recente.

Testa procede poi in una esposizione delle varie forme di idealismo, che per lui riconducono tutte a due tipologie essenziali, e delle varie forme di realismo, le quali a suo avviso non escono dal difetto di scaturire definizioni dell’oggettività soggettivamente motivate: un circolo vizioso dal quale non si può uscire, né l’autore ne indica una sua propria, perché il libro si chiude con un rinvio, spiegato con la necessità di «raccogliere le forze», dal momento, conclude Testa, che «l’argomento è sottile assai; e, se io volessi dirne ora, mi avveggo che il lettore, non abbastanza apparecchiato, potrebbe farmene rimprovero» (p. 193).    

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