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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Prima di abbracciare la concezione dello Stato etico, Bertrando Spaventa aveva sposato quella della morale pedagogica. Le due visioni poi s’incontrano e vanno a formare quell’ideale dello Stato pedagogico che trova una sua espressione particolare negli Studi sull’etica di Hegel del 1869.

La tensione morale dell’Illuminismo innestata nell’assolutezza del volere. Innesto reso possibile dai riferimenti specifici di Spaventa: Kant da un lato e Hegel dall’altro.

Spaventa è forse l’unico critico italiano che nella prima metà dell’Ottocento faccia riferimento al saggio kantiano del 1786 Che cosa significa orientarsi nel pensiero, che rappresenta un importante corollario al più celebre Che cos’è l’Illuminismo del 1784. Mentre qui, infatti, Kant punta sull’autonomia della ragione, nello scritto del 1786 mette in chiaro quali siano le condizioni di praticabilità di questa autonomia: libertà di espressione, con conseguente abbandono della censura, ma anche espressione libera, che comporta l’abbandono di pratiche non conformi alla ragione, come la partecipazione a società segrete e il fanatismo più o meno religioso.

Spaventa parla dello scritto kantiano in La libertà dell’insegnamento, la serie di 13 articoli apparsi sul «Progresso» di Torino tra il luglio e il dicembre del 1851.

Ribadito che la libertà di pensiero non può stare senza la libertà della sua manifestazione, l’autore cita un passo dello scritto kantiano, in cui riecheggiano toni illuministici tipici:

Un filosofo del secolo scorso, il quale fu con ragione chiamato il Socrate della scienza moderna, diceva nel 1786 (notate il millesimo): «la libertà di pensare è niente senza la libertà di parlare e scrivere. Noi non siamo ancora sicuri di pensare rettamente che parlando, per così dire, al cospetto del pubblico e in comunicazione con esso. Toglierci la facoltà di esprimere liberamente i nostri sentimenti e le nostre opinioni è il medesimo che spogliarci del solo bene che ci sia rimasto, e dell’unico rimedio a tutti i mali se i nostri giudizi sono giusti; il pensiero individuale e solitario può facilmente traviare e crearsi un mondo separato della vita reale e chimerico» B. Spaventa, Opere, Firenze, Sansoni, 1972, vol. III, pp. 750-751).

All’interno di una polemica che aveva anche un respiro politico essendone stata la miccia un progetto di riforma legislativo, Spaventa introduce un elemento di riflessione che ha valore giuridico (il diritto di espressione) e si fonda su un filosofo Illuminista. È interessante notare che il ricorso a Kant avviene nel primissimo periodo di esilio di Spaventa a Torino, il che conferma la buona conoscenza che Spaventa aveva di Kant alla partenza da Napoli, dal momento che lo scritto del 1786 è tra quelli non particolarmente noti all’epoca. Non è poi così azzardato supporre che l’hegelismo di Spaventa sia intriso di kantismo.

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