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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Negli ultimi articoli abbiamo posto al centro dell’attenzione il 1843, un anno particolare per la diffusione di Kant in Italia. Continuando su questa strada, ci imbattiamo in un momento particolare e a lungo rimasto isolato: il primo commento italiano della Critica della ragione pura, dovuto al piacentino Alfonso Testa (1784-1860).

Dopo aver studiato al famoso collegio Alberoni di Piacenza e ordinato prete nel 1807, Testa si dedicò all’insegnamento privato e allo studio della filosofia. Rifiutò la cattedra offertagli da Terenzio Mamiani per Pisa e in seguito anche quella che nel 1849 gli venne offerta dai Borboni. Durante il periodo piemontese (1848) entrò nel parlamento e ottenne la cattedra di filosofia del liceo piacentino. L’anno prima della morte venne nominato presidente onorario della facoltà di lettere e filosofia di Parma.

Testa scopre la filosofia di Kant dopo essersi distaccato dal sensismo di tradizione condillachiana, molto forte in Italia, ma entrata nel mirino di diversi orientamenti teorici. Della filosofia dell’affetto è l’opera che dal 1829 al 1834 Testa dedica al sensismo.

Dotato di spirito analitico e critico, Testa elabora una sorta di filosofia cognitiva che pone al centro del processo conoscitivo le nozioni universali e necessarie, che non possono che essere a priori. Queste tesi espone nella Filosofia della mente del 1836, opera che gli consente anche di cogliere la dimensione specifica delle categorie nel processo conoscitivo, nel quale operano con funzioni del tutto diverse da quelle delle idee. La contestazione è qui fatta soprattutto della filosofia di Rosmini, che verrà posta sotto accusa nel 1837 con uno degli scritti più noti di Testa: Il nuovo saggio di Rosmini esaminato da Alfonso Testa.

Da questa disamina critica della filosofia di Rosmini, Testa ricava due elementi importanti, uno di merito e l’altro di metodo. Riguardo al merito, precisa la sua presa di distanza da una prospettiva puramente oggettivistica degli enti di ragione. Dal punto di vista del metodo, individua nella strategia del commentario una traccia di lavoro utile a mettere a nudo aspetti e problemi complessi.

Sulla scorta delle esperienze di studio, dall’elaborazione di un trattato, alla disamina critica e polemica, nel 1843 Testa dà l’avvio alla sua principale opera: Della Critica della Ragione pura di Kant esaminata e discussa (Lugano 1843, Piacenza 1846-1849). Rivolto ai giovani, ai quali dedica un lungo discorso iniziale, questo saggio è un apax nella letteratura kantiana italiana dell’Ottocento, perché si tratta del primo commento in senso stretto mai dedicato alla Critica della ragione pura di Kant. Infatti, la precedente esposizione di Francesco Soave del 1803, non è né un commentario né uno scritto autonomo di Soave, derivando molte sua parti a un celebre saggio di Charles Villers.

Il criticismo non farà breccia totalmente nella mente di Alfonso Testa, il quale non può condividere il soggettivismo trascendentale di Kant, che sotto questo aspetto gli appare ancora legato a una forma di negazione della conoscenza diretta e autentica.

Molte delle carte manoscritte di Testa sono passate alla Biblioteca comunale di Piacenza “Passerini-Landi”, dove si trovano anche gli originali di Della Critica della ragione pura.

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