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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Nel 1869 Vincenzo Lilla riprende la questione dei rapporti fra Rosmini e Kant, con l’intento di smentire l’ipotesi storiografica di una dipendenza del primo dal secondo, ipotesi avanzata a suo tempo da Bertrando Spaventa che, rispetto alla filosofia italiana contemporanea, aveva collocato il filosofo roveretano allo stesso posto occupato da Kant nella filosofia tedesca.

Vincenzo Lilla (1837-1905) fu un sacerdote di estrazione rosminiana e giobertiana, nonché filosofo del diritto. Brindisino di origine (era nato a Francavilla Fontana), svolse la sua attività di docente soprattutto a Napoli, dove fondò anche il Liceo Rosmini.

Il libro di cui parliamo oggi si intitola Kant e Rosmini e apparve nel 1869 a Torino presso l’editore-stampatore Borgarelli.  Il volume è diviso in quattro parti e occupa novanta pagine, nelle quali l’intento di Lilla è molto chiaro.

Nella prima parte, si pone innanzitutto la questione metodologica della necessità di guardare ai sistemi filosofi nel loro punto di partenza e nel loro punto di avvio, per evitare di essere travisati da “prismi” ingannevoli. Lilla sostiene che

Guardando a fondo il sistema Rosminiano non traspare nessun germe Kantiano, come potrà intervenire a chiunque non si farà a risguardo a traverso a delle lenti postegli dai nomi autorevoli (p. 4).

Tuttavia, come riconosce lo stesso Lilla subito dopo, l’Europa del tempo in cui Rosmini operò, era dominata da due tendenze fondamentali: il sensismo e il criticismo. E questo sarebbe potuto bastare a suggerire a Lilla un atteggiamento storiografico più aperto al confronto teorico, che è peraltro ciò a cui egli stesso si sta per accingere con il suo saggio, sebbene non con la giusta prospettiva storica.

Il carattere inverosimile di tracciare un nesso fra Kant e Rosmini sta per Lilla nella vecchia questione dell’italianità, del carattere tutto nazionale e italico della filosofia nostrana. Naturalmente si tratta di un pensiero errato, fondato sul solito generoso pensiero della nostalgia della nazionalità negata, perché di questo si tratta tutte le volte che si parla della coscienza nazionale nel clima del Risorgimento, ancora in atto nel 1869 nonostante la raggiunta unità politica.

A riprova di questo atteggiamento, che non è provincialismo come spesso si è voluto indicare, ma un tipico moto di resistenza culturale intesa come ribellione politica, Lilla presenta Rosmini come colui che
da quel forte pensatore che si era, si tenne lontano dall’una e dall’altra [dal sensismo  e dal criticismo, ndr] per non soffocare nell’ambiente filosofico del secolo il germe fecondo e innovatore della sua mente, curando invece d’imprimere alla filosofia italiana l’alito della sua vita, la forza del suo maschio intelletto e l’impronta della sua individualità (p. 4).
Affrontando la questione delle forme che alimentano i sistemi dei due filosofi, Lilla sostiene che Rosmini giunge alla forma dotata di carattere oggettivo, mentre le forme kantiane sfociano nel soggettivo e nello scettico.

La seconda parte l’analisi si sposta dai principi ai risultati delle due filosofie. Ma anche in questo caso, e in conseguenza della portata delle forme stesse, la percezione intellettiva di Rosmini non genera, dice Lilla, “quelle scettiche conseguenze, che rampollano dalla teorica della conoscenza del Kant” (p. 55).

La terza parte è dedicata a contestare che possano esservi dei punti di contatto intermedi fra Kant e Rosmini.

La quarta parte è caratterizzata dalla polemica storiografica che, in definitiva, colpisce Spaventa, che era lo storico che aveva più di tutti sottolineato il carattere europeo della filosofia e quindi il mutuo soccorso fra scuole e correnti provenienti da diverse tradizioni linguistiche e culturale. Ma a questo proposito Lilla è lapidario:

L’Italia è feconda madre di grandi genii e racchiude miniere inesauribili di sapere; e debbono venire poi gli stranieri a diseppelirci i tesori di sapienza che vi sono in questa eletta nazione! Le più grandi iniziative scientifiche non furono forse italiane? La filosofia del risorgimento non ebbe in Italia la sua culla e il suo primo nascimento? E quante di queste iniziative ci ànno rubato gli stranieri! Solo Schelling, ricco di tanta gloria e di tanta celebrità, non isdegnò di confessare nel suo dialogo il Nolano, che le fonti, a cui s’ispirò, furono italiane, e quale nazione infatti à uomini da contrapporre a Dante ed a Vico?”(p.63)

Naturalmente si tratta di pura retorica storiografica che non mostra altro se non che il vero problema in quei tempi non fosse quello della nazionalità, ma quello dello straniero. Va anche detto che il dialogo di Schelling si intitola Bruno e che in definitiva non contiene alcun riferimento alla filosofia nolana.

Ma Lilla esplicita poi, in un passaggio meno retorico e più storiograficamente orientato, l’obiettivo polemico che lo anima:

Ma se noi siamo tanti ricchi in casa nostra, non sappiamo comprendere poi perché certi filosofi nostrali sono tanto avidi del sapere oltromontano, e perché isdegnano di assidersi alla mensa che li imbandisce la madre patria, per andar raccogliendo le bricciole che cadono dalla mensa altrui; e ciò che più monta, si adoperano ad ecclissare le più belle glorie nazionali col dire che senza il Kant non sarebbe stato possibile Rosmini (p.63)

E non si tratta soltanto di questione culturale, perché al di sotto di questo, e in quelle determinate contingenze storiche, conta anche altro:

Un ingegno italiano, che impronta le idee forestiere, non solo snatura la fisionomia propria, ma smarrisce la coscienza della società in mezzo a cui vive (p. 64).

Oggi tutto questo può apparire anacronistico, e lo è senz’altro, ma per intendere queste distorsioni storiografiche occorre calarsi nella dinamica dei dibattiti culturali di quegli anni, che non si inscrive perfettamente nella tenuta dei sistemi, nella ricostruzione panoramica delle dinamiche storiche che seguirono e nemmeno nello schematico apporto di visioni ideologiche. Occorre capire la posizione di un personaggio come Lilla allo stesso modo in cui occorre capire e svolgere la posizione di uno Spaventa o di un Francesco Fiorentino. Tutto sommato, si tratta di scoprire i prismi storiografici e intellettuali che dominarono una stagione intensa e ancora oggi troppo facilmente messa a parte.

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