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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Com’è noto, per Giandomenico Romagnosi la filosofia di Kant era tra le nuvole, e vi stava nuvolescamente. È avvertenza che fa nel 1828 nello scritto contro Pasquale Galluppi dal titolo Esposizione storico-critica del kantismo e delle consecutive correnti, apparso sulla «Biblioteca Italiana». Qualche anno dopo, nell’affrontare tematiche più vicine ai suoi interessi, torna rapidamente sul Kant filosofo del diritto in un articolo apparso in due puntate sugli «Annali di statistica, economia pubblica, viaggi e commercio».

La prima parte dell’articolo di Romagnosi riferisce del volome di Leopold August Warnkoenig sulla storia del diritto tedesco e l’apporto della scuola storica (Annali, n. XXIII, 1830, pp. 73-83).

Nella seconda parte (Annali, n. XXIV, pp. 65-81) Romagnosi compie un’interessante panoramica sulla filosofia del diritto tedesca, da Grozio alla scuola kantiana, stroncandola pienamente.

Gli Annali erano una vera e propria miniera di notizie e vi collaborarono anche i curatori dei “Classici metafisici italiani” dell’editore Bizzoni di Pavia, collana nella quale venne pubblicata la traduzione della Critica della ragione pura.

Nei due articoli sul giurista tedesco, Romagnosi ha innanzitutto modo di sottolineare l’importanza del diritto come elemento essenziale della filosofia civile di cui si era fatto promotore, per poi mettere in evidenza i difetti della riflessione giuridica tedesca, a suo avviso difettosa sia dal punto di vista del diritto positivo sia del diritto naturale. La premessa di Romagnosi è che la Germania non ha partecipato al processo di incivilimento dell’Europa, dal momento che tale processo si è mosso dalle regioni meridionali verso il nord.

Romagnosi non salva quasi nessuno della tradizione tedesca, e, attraverso Warnkoenig, concede qualche merito a Karl Friedrich Eichhorn e alla scuola storica, sebbene soltanto in parte, in quanto l’opera di Gustav Hugo viene stigmatizzata in più di un aspetto, specie per la sua vena polemica.

La seconda parte dell’articolo è dedicato al diritto naturale, e ai principi a cui i filosofi tedeschi hanno ricondotto nel tempo il diritto. Di Grozio e Pufendorf Romagnosi non fa che ripetere il giudizio che li vuole ingenui. A proposito di Christian Thomasius ricorda che il diritto positivo contiene in sé le norme naturali di governo della convivenza sociale degli uomini, e che già da solo questo dovere è norma di ragione naturale.

Dopo Thomasius è la volta di Christian Wolff, che non viene risparmiato né dal punto di vista formale, per la eccessiva sistematicità, né dal punto di vista del contenuto, dal momento che nelle Institutiones juris naturae, et gentium fa ricadere nell’ambito del diritto naturale il regno erile, che di fatto spoglia i cittadini dei propri diritti naturali.

Si arriva così alle poche parole su Kant e la sua scuola: mentre nei pensatori precedenti il fondamento del diritto naturale era ricercato in modo accidentale, «nella scuola di Kant il diritto naturale divenne una scienza puramente razionale» (p. 65). In questo modo il diritto naturale si trasforma in diritto filosofico o filosofia del diritto o ancora in vernuftrecht (diritto di ragione). Nella filosofia kantiana andava provata l’esistenza di una regola universale e assoluto, certa per tutti gli uomini e a priori. Questa regola è l’imperativo categorico. La formula suona così: «opera in tale guisa che il principio della tua azione possa divenire regola della condotta generale per tutti gli uomini». A questa formula Romagnosi aggiunge una nota:

Con questa formola non si stabilisce effettivamente nulla. Rimane sempre a sapere quale sia il modello di condotta che debba valere per tutti gli uomini, onde servire di guida all’individuo. D’altronde non si vede se la natura concorra di fatti ad effettuare il diritto mediante i suoi impulsi (p. 72)

Romagnosi poi, seguendo sempre il discorso di Warnkoenig, accenna a immediati contemporanei di Kant, prima di terminare il prospetto sulla scuola storica.

In questo breve articolo Romagnosi non fa che parafrasare un testo tedesco per renderlo fruibile al lettore italiano, ma allo stesso tempo sottolinea ancora non tanto il predominio di una tradizione italiana, ma quello di un metodo di ricerca che si richiama a modelli riformistici tipici del Settecento italiano, sebbene corretti e alimentati dalle passioni politiche tipiche del periodo prequarantottesco.

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