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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Giovanni Gentile come storico della filosofia italiana assume le linee programmatiche che ritrova nel suo ispiratore essenziale: Bertrando Spaventa e cerca di correggerne i limiti, che gli sembrano essere quelli di essersi mantenuto su una traccia di lavoro generale a cui manca la prova storiografica della verifica particolareggiata. 

Spaventa aveva aperto all’interno della storiografia italiana un dibattito di alto profilo critico che, prima ancora di polemizzare con le posizioni di pensiero allora dominanti, rimetteva in discussione il metodo storiografico, tendente a creare spaventose voragini nel continuo della vicenda del pensiero italiano.

Spaventa voleva ricollegare il filo della filosofia italiana del Rinascimento alla nascita della concezione moderna dell’uomo e agli esiti cui questa concezione era giunta nella filosofia contemporanea tedesca, che della lezione del Rinascimento aveva saputo tener conto.

In Italia quella fetta di storia italiana era stata praticamente elusa ed esclusa, per motivi che per lo più facevano capo alle condizioni di arretratezza del dibattito interno, bloccato dalle censure religiose prima, e intellettuali poi che si erano poi sommate ed unite assieme in un irrigidimento politico che sottraeva a quel dibattito culturale un altro fondamentale concetto basilare: quello dell’unità, che è dominante in tutto il pensiero rinascimentale italiano.

Per Gentile, che è oramai distante da queste implicazioni interne, risulta non del tutto intellegibile questa prospettiva metodologica generale, e preferisce imboccare la via dell’investigazione delle prove storiche che confermano la tesi di Spaventa.

Così avviene che nel fondamentale capitolo della sua Storia della filosofia italiana che è costituito dall’ampia parte dedicata al percorso da Genovesi al Galluppi, il punto da provare sembra essere il seguente: come si giunge allo studio di Kant da parte di Galluppi a partire dalle posizione settecentesche di Genovesi? L’unica via possibile, in chiave perfettamente neo-idealista, è la ricerca dei conati kantiani fin da Genovesi. Ed ecco un passo essenziale sotto questo aspetto:

Si direbbe che la mente del Genovesi un certo cammino, l’abbia fatto, e ormai non abbia più gli scrupoli che nelle opere latine, in vista delle conseguenze metafisiche, gli impedivano di abbracciare come certa e non soltanto conforme ai fatti la teoria di Locke sulla genesi delle idee… In quanto alle idee semplici, – alle quali infine, anche presso Locke, si riduce tutto il problema della conoscenza, – non esita più a ricavarle da due sorgenti, la coscienza e gli organi sensori: la riflessione e la sensazione, nel linguaggio di Locke. E nella definizione di questa coscienza, indicata qui come fonte delle idee, il Genovesi torna a determinare ancor meglio in qual senso accetti le idee innate» (Gentile, Storia della filosofia italiana dal Genovesi a Galluppi, seconda edizione con correzione e aggiunte, Milano, Treves, 1930, vol. I, p. 15)

Interrompiamo la lettura del passo, per porre l’attenzione sul fatto che Genovesi si libera dell’ipoteca metafisica per tornare a parlare di idee innate, superando quindi lo stesso Locke dal quale è partito. Ma verso quale direzione?

Non importa vedere fino a che punto egli potesse legittimare tutta la ricchezza del contenuto attribuito a questa coscienza. Da questo passo risulta in modo certo che, con tutte le sue idee innate, egli, infine, è uno schietto empirista, il quale si è accorto bensì, a differenza dei sensisti, che l’esperienza presuppone sempre come sua condizione necessaria qualche cosa di apriori, che, come tale, si può quindi anche dire «innato». Questi sensi interni, questi sentimenti che non si possono dire notizie, non sono certamente ancora le categorie di Kant; ma vi somigliano molto, in quanto esprimono la costituzione della coscienza, e quasi la funzionalità della mente; e non è piccolo merito del Genovesi, partendo da Locke, aver tenuto un cammino divergente da quello che contemporaneamente, partendo dallo stesso punto, teneva in Francia il Condillac… Diciamo adunque che il Genovesi è un empirista, ma al modo stesso in cui presume di essere empirista il Galluppi, e diciamo pure anche il Locke; in cui, mutatis mutandis, può reputarsi empirista quel Kant, al quale molti positivisti credettero di far capo. [ivi,  pp. 16-17]

Genovesi giunge a toccare l’apriori kantiano, a sfiorare le categorie kantiane e nonostante si protesti empirista, ciò non impedisce di considerare questa forma di empirismo come una traccia di tutti coloro che si sono occupati di Kant: Galluppi per un verso (che è l’obiettivo finale del lavoro di Gentile), ma anche (mutatis mutandis) dei positivisti che animano il ritorno a Kant della seconda metà dell’Ottocento.

Ma in questo modo non si è data specificazione dell’indicazione metodica di Spaventa, ma si è soltanto sottratto al linguaggio filosofico dell’epoca la sua particolare caratteristica e specificità concettuale per metterla al servizio di un modello, quello di Spaventa, che intendeva in verità entrare nel merito di dottrine rimaste isolate, e non certo di trasformare quelle esistenti per far dire ad esse cose che non potevano dire.

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