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Giuseppe Landolfi Petrone

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Il sito è dedicato a esplorare la diffusione degli scritti di Kant in Italia nell'Ottocento, con particolare riferimento alle traduzioni.

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Was ist Aufklärung? non solo è trascurato dai traduttori italiani dell’Ottocento, ma è anche fortemente osteggiato, perché osteggiata è la sua idea di fondo. Le ragioni dell’ostilità sono ovvie e non è certo il caso di insistervi su. Sono invece sempre interessanti le modalità in cui si esprime il disprezzo per l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità

Ad agire non sono, infatti, soltanto questioni di carattere religioso, secondo le quali l’uomo deve vivere in uno stato di minorità, perché è ontologicamente sottoposto all’Ente supremo e perché è esistenzialmente e socialmente vittima del peccato che lo pone nelle braccia protettrici e austere della Chiesa.

Vi è anche altro, vale a dire il peso demagogico e ideologico che grava sulle argomentazioni, e che impedisce di formulare ragioni teoriche che, per quanto bizzarre, potevano erigere un proprio fondamento. Ciò che predomina non sono le ragioni argomentativamente espresse, ma le rivalità con le fazioni avverse, la contrapposizione non alle idee, ma ai movimenti.

L’Aufklärung non è ammessa, non tanto perché appello alla ragione (argomento banale, dal momento che anche i sostenitori della fede si appellano alla ragione), ma perché scuola di pensiero che trae il proprio alimento dal razionalismo e che forma menti pericolose come quelle degli enciclopedisti francesi, su su fino a Kant e ai filosofi tedeschi contemporanei. L’Illuminismo è in generale vissuto come movimento di pensiero attivo e operante anche nei primi decenni dell’Ottocento, e basterebbe pensare a qualche ingenua mossa in questa direzione anche di un autore come Giacomo Leopardi, che di fatto è tra i più severi razionalisti del tempo.

Nel 1843 la rivista «La scienza e la fede» di Napoli (dalla quale nel 1850 nacque la «Civiltà cattolica») avvia una indagine sul razionalismo moderno nel cui primo articolo introduttivo, si parla di Kant in termini non errati, ma aberranti:

Quello che non debbe trasandarsi, come necessario al nostro intendimento, è ch’Emmanuele Kant diede al razionalismo teologico un novello e più forte abbrivo. Conciossiaché prima di lui la filosofia erasi travagliata solo a sottrarsi al dominio della teologia, ed era giunta di fatto a collocarsi in un’indipendenza assoluta da essa. Il filosofo di Koenigsberg non si tenne contento a ciò, ma volle di più rendere la teologia subordinata alla filosofia (p. 191)

I compilatori, che firmano l’articolo, hanno ragione dal loro punto di vista a riconoscere in Kant un pericoloso sostenitore della moralità della fede, ma muovono da un principio storicamente ben strano, dal momento che sostengono che da Kant in poi «la filosofia non si mostrò più né come alleata, né come amica della teologia, ma sì assorbilla in sé, vestendo col linguaggio teologico le sue fantastiche dottrine» (p. 192). La soppressione del libero pensiero vista come consenziente condivisione ideale e di linguaggio: l’umiliazione travestita da alleanza. Peggio di così!

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